Quando l’occupazione è un «Puzzle» di vite moderne

Casa. «Non chiamatela emergenza, piuttosto esigenza abitativa» Nel popolo degli occupanti è in atto una mutazione, negli ultimi anni

Di Giuliano Santoro

Scordatevi le facce pasoliniane delle borgate e le masse sottoproletarie dei senza casa. O meglio, mescolatele alla nuova composizione sociale delle nostre città, ai nuovi poveri del precariato cognitivo. Da questo incrocio non sempre idilliaco ma dettato dalle condizioni materiali nasce il popolo degli occupanti di case a Roma negli ultimi anni. Se non si prende atto di questa mutazione, ad esempio, non si riesce a concepire un posto come Metropoliz, ex salumificio Fiorucci occupato in fondo alla via Prenestina che è al tempo stesso grande museo spontaneo di street art e dimora per rom e migranti (si può vedere a questo proposito il film Space Metropoliz, disponibile in rete).

Per interrogare questa anomalia dentro il nuovo ciclo delle occupazioni romane siamo andati al Tufello, alla periferia nordorientale di Roma. Qui, in mezzo ai lotti fatti di palazzine basse, massimo tre o quattro piani, spesso uniti da arcate e separati da spazi verdi, sorgono alcune delle case popolari più belle della città. Furono costruite durante il fascismo, per ospitare soprattutto i rimpatriati. «All’epoca stavamo in mezzo al nulla, non avevano ancora le decorazioni e i giardini che hanno adesso», ricorda qualche anziano che ha fatto in tempo a vedere lo sbarco sulla collina di tufo, nel 1940. I vecchi si godono la fine della stagione giocando a carte negli spazi comuni. In fondo alla strada si scorge un palazzotto diverso dagli altri. È moderno, con scala esterna di metallo, vetrate colorate, mattoni rossi e murales. Fino a qualche anno fa era la sede dell’assessorato alle politiche sociali del municipio. Dopo anni di abbandono a febbraio del 2011 è stato occupato da un gruppo di studenti e precari.

Provenivano soprattutto dalla Sapienza. «Venivamo tutti dal movimento che si è battuto contro la riforma Gelmini», ricorda Simona. Nel 2010, per l’ultima volta (almeno fino ad adesso) la Sapienza rinnova la sua tradizione di cittadella laboratorio dei movimenti a venire. Con caratteri inediti avviene un fenomeno che ha caratterizzato le contestazioni passate: gli studenti tracimano dalla fabbrica del sapere, varcano le soglie della città universitaria e si riversano nella metropoli. Dall’occupazione dell’ex assessorato alle politiche sociali del Tufello nasce un luogo di sperimentazione di politica e socialità che battezzano Puzzle, proprio perché ha l’ambizione di mettere insieme diverse tessere di un unico rompicapo. A fronte di 41 mila studenti fuori sede, quando Puzzle è nato venivano stanziate risorse dall’ente regionale per il diritto allo studio solo per 1160 persone.

È allora, innanzitutto una casa per giovani, studenti e precari. Uno studentato, ma anche qualcosa di più. Puzzle non è l’unica occupazione di questo tipo. Prima venne Point Break, nato al Pigneto sulla scia dell’Onda al Pigneto e sgomberato poco più di un anno fa. Poi fu la volta di Degage, che presidiò una palazzina liberty dalle parti di villa Torlonia. Alexis, sorto sulla via Ostiense, è attualmente (dopo uno sgombero) al centro di una complessa trattativa coll’amministrazione comunale. Sopravvive Mushroom, dentro l’area industriale delle Officine Zero, a Portonaccio.

Non è un mistero che la vita e ancor di più la politica dentro le occupazioni abitative siano tutt’altro che semplici: ritmi totalizzanti, spesso a contatto con differenze radicali e povertà estreme fiaccano anche il militante più tetragono. A Puzzle ne sono consapevoli: «Più che di emergenza abitativa preferiamo parlare di esigenza abitativa», dicono, smontando le categorie utilizzate dai servizi sociali. «Ci percepiamo come soggetti in transito verso l’autonomia: gli spazi in cui viviamo, per questo sono assegnati ad ognuno di noi soltanto per un periodo», spiegano. Qui vivono una quindicina di persone, anche se nei momenti di maggiore affluenza si è arrivati a venti. Ognuno ha la sua stanza, e condivide con gli altri gli spazi comuni: cucina, sala da pranzo e stanze dedicate allo studio. La proprietà dell’edificio è divisa tra comune e municipio. Per quella spettante al Campidoglio, Puzzle ha ricevuto una lettera di sgombero in ossequio alla delibera 140 sul «riordino del patrimonio» che minaccia molti dei beni comuni urbani restituiti all’uso pubblico in questi anni. «Il tempo che grazie a questo posto riusciamo a sottrarre al ricatto lavorativo, lo dedichiamo alla comunità», prosegue Simona.

Risalendo i quattro piani dell’occupazione si capisce cosa intende. Al piano terra c’è «PopUp!», spazio coworking per lavoratori autonomi, attrezzato con postazioni internet. È un modo per rompere l’isolamento cui spesso costringe il lavoro autonomo. Funziona poi lo sportello per i diritti di cittadinanza «Tuteliamoci», che fornisce assistenza legale e fiscale, di orientamento ai servizi. Per la formazione bisogna salire ai piani alti. Ecco le aule dove si tengono i corsi di italiano per migranti, con una classe di donne e una di bambini. E la scuola popolare intitolata a Carla Verbano, la mamma di Valerio che a diciott’anni venne ucciso dai fascisti, dedicata al sostegno postscolastico. In fondo al corridoio, prima del grande terrazzo che affaccia sulle case popolari, ci sono gli spazi della scuola di fumetto e illustrazione.

Da quassù, forse solo un per un attimo, i pezzi del Puzzle, il rompicapo sociale che sono le città contemporanee, paiono incastrarsi davvero.

Pubblicato su Il manifesto il 17/9/2017

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