Acea: Giunta Raggi attui referendum del 2011

Stefano Fassina

Su Acea, non abbiamo motivo di dubitare e di non esprimere soddisfazione per i dati illustrati in conferenza stampa dalla Sindaca Raggi. Anche se, va notato che, come si è fatta sfuggire in Consiglio Comunale l’assessore Montanari, l’inversione del trend è iniziata mesi prima dell’arrivo del management targato M5S.

La Sindaca però continua a essere evasiva su un punto di fondo: la Giunta Raggi intende o no dare attuazione al risultato del referendum del 2011 per la gestione pubblica dei beni comuni?

La carenza di investimenti e di manutenzione in ACEA-ATO2 ha cause strutturali: la presenza di soci privati che puntano a massimizzare utili e dividendi. L’unico modo per rendere l’acqua effettivamente bene comune è attuare il risultato del referendum del 2011: ACEA-ATO2 va riportata al 100% a proprietà comunale e organizzata in azienda speciale di Roma Capitale.

È quanto abbiamo proposto nell’odg di Sinistra x Roma nel Consiglio Comunale straordinario dedicato a Acea. È quanto la Giunta Raggi e M5S hanno bocciato.

La rivoluzione si enuncia comodamente dall’opposizione. Poi, quando si governa è un’altra storia.

 

Un pensiero su “Acea: Giunta Raggi attui referendum del 2011

  1. A proposito del referendum sull’atac…dei giochetti del PD e delle Ambiguità dei 5stelle . Riflessioni e valutazioni per reagire all’attacco privatistico ai servizi comuni, attraverso la mobilitazione popolare per il rilancio dello spirito referendario del voto popolare del 2011.
    Ricordo che da circa 6 anni i vari governi tentano la reintroduzione della normativa abrogata dal referendum del 2011: In netto contrasto con il divieto di ripristino della normativa abrogata, come ribadito dalla corte costituzionale con diverse sentenza che danno al legislatore la possibilità di intervenire per correzioni e modifiche e integrazioni della disciplina rogata, ma non permette il suo stravolgimento o peggio per inerzia rendere la volontà popolare inapplicabile.

    La mancata ripubblicizzazione dell’acqua e dei servizi pubblici ha prodotto profitti e illeciti guadagni, in netto contrasto con l’esito referendario. Lor Signori, hanno violato la costituzione, depredato la cosa pubblica, sottratto illegittimamente risorse economiche alle casse del pubblico erario, prodotto sfruttamento dei lavoratori del settore e negato ai cittadini qualità ed efficienza dei servizi forniti, anche attraverso meccanismi tariffari a dir poco trasparenti. Ricordo che a suo tempo : «Il senso della scelta è stata chiara»: votare «sì» significa/va bocciare «senza appello e per sempre i sistemi privatistici nel governo dei beni comuni, riconoscendoli come beni da porsi fuori commercio, le cui utilità sono funzionali alla soddisfazione di diritti fondamentali della persona e che vanno governati anche nell’interesse delle generazioni future» (sono parole di un noto esponente del comitato promotore del referendum: cfr. MATTEI, Un nuovo modello di sviluppo, questo l’obiettivo del sì, in il manifesto, 10 giugno 2011).

    Breve cronistoria:
    Con la sentenza n. 199 del 2012, la Corte costituzionale ha dichiarato per la prima volta l’illegittimità costituzionale di una norma di legge per violazione del divieto di ripristino della normativa abrogata dal popolo mediante il referendum previsto dall’art. 75 Cost.1. Come la precedente sentenza n. 468 del 1990 che respingeva la tesi della «conservazione in vigore, quale norma transitoria, dell’art. 56» Allora ad es. la corte ribadiva che: il referendum «manifesta una volontà definitiva. Nella giurisprudenza costituzionale vi era, dunque, un punto fermo: l’atto risultante dal referendum abrogativo con esito positivo produce un vincolo per il legislatore, il quale non può reintrodurre, quantomeno immediatamente, la normativa abrogata.
    Con il voto del 12 e 13 giugno 2011, il corpo elettorale aveva risposto in modo affermativo al quesito referendario su «Modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici… Il decreto del Presidente della Repubblica 18 luglio 2011 n. 113 aveva dichiarato l’abrogazione, «a seguito del referendum popolare, dell’articolo 23-bis del decreto legge n. 112 del 2008, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 133 del 2008, e successive modificazioni, […] Si ripristina la gestione pubblica di tali «servizi», il referendum sottrae di fatto il controllo da parte degli operatori economici privati. TUTTAVIA: L’art. 4 del decreto legge 13 agosto 2011 n. 13821, aveva dettato una nuova disciplina dei servizi pubblici locali con l’obiettivo di aumentare la concorrenza nella gestione dei servizi stessi e, quindi, l’efficienza, a beneficio degli utenti? Tale articolo era stato impugnato in via principale da alcune Regioni, le quali avevano lamentato che, a dispetto della sua titolazione («Adeguamento della disciplina dei servizi pubblici locali al referendum popolare e alla normativa dell’Unione europea»), esso si poneva in contrasto con l’esito referendario.

    ALCUNI TRUCCHI DEI GOVERNI DAL 2011 IN POI, PER AGGIRARE LA VOLONTA POPOLARE:

    Il principale trucco è stato di natura retorica: ”Poiché i referendum sulle modalità di affidamento e di gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica, promosso dagli stessi soggetti insieme con un altro referendum è stato presentato agli elettori come uno strumento per «fermare la privatizzazione dell’acqua» e, quindi, a favore dell’«acqua pubblica», trascurando o ponendo in secondo piano le implicazioni del voto popolare sulla generalità dei servizi pubblici locali (nei confronti di alcuni dei quali è meno sentita l’esigenza di una gestione pubblica); e poiché, come si è detto, il legislatore, non casualmente, ha escluso dalla nuova disciplina il “servizio idrico integrato…(tesi sostenuta dal governo) eccetera”

    la Corte costituzionale rispondeva puntualmente, ricordando che la circostanza che il legislatore abbia escluso quest’ultimo servizio «dal novero dei servizi pubblici locali ai quali una simile disciplina si applica» non può bastare per considerare rispettata la «volontà espressa» dal popolo «attraverso la consultazione» referendaria. Il referendum aveva infatti ad oggetto — come risulta chiaramente dalla denominazione del quesito — tutti i servizi pubblici locali di rilevanza economica, non potendo rilevare, ai fini della valutazione del rispetto del divieto di ripristino della normativa abrogata, che nella propaganda precedente il voto sia stato attribuito al quesito referendario un significato riduttivo.

    Quale è la reazione politica adeguata ai cambiamenti del quadro politico o dalle circostanze di fatto? Ci sembra che i governi non abbiano nè il coraggio nè le capacità di determinare un contesto e circostanze adeguate alla privatizzazione. Tentano in modo subdolo ad es. con i decreti Madia e i vari sblocca Italia e qualche referendum consultivo locale di aggirare l’ostacolo. Quale deve essere una adeguata reazione democratica e di massa di fronte allo scippo della volontà popolare? Avanzo alcune proposte operative.

    A Per quanto detto sull’acqua dovremmo far partire una denuncia/mobilitazione con richiesta di risarcimento danni per ILLECITO guadagno da parte delle aziende idriche, per non aver attuato il divieto di utile come previsto dal quesito referendario.
    B Stessa denuncia e mobilitazione, per manifesta violazione della volontà popolare verso: Presidenti del consiglio, Presidenti di Regione, Sindaci eccetera e dirigenti delle aziende idriche.
    C Per i servizi pubblici dovremmo diffidare Il Sindaco di Roma nel caso che non produca un parere e un atto del consiglio comunale di rigetto del quesito referendario dei Radicali, che viola la volontà popolare già espressa con il referendum del 2011.
    D Diffida del Presidente della Regione Lazio e dei suoi predecessori per i mancati atti di ri-pubblicizzazione dell’acqua, e per i mancati trasferimenti dei fondi assegnati per legge per il trasporto pubblico capitolino, ama, sociale, ed altro.
    Roberto Catracchia responsabile municipalizzate PRC Roma.

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