Sei personaggi in cerca di uno stadio

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di Alberto Benzoni

La storia che si racconta qui è, insieme, una storia esemplare e infinita. Esemplare perché tutti, dico tutti, i suoi personaggi- nell’ordine il costruttore, la banca, il presidente di una società sportiva, il comune, la stampa, il partito e/o movimento politico- sono clamorosamente venuti meno al loro ruolo istituzionale. E, infinita perché il compromesso raggiunto, oggettivamente salomonico ( uno stadio, molte opere, molte cubature a compensazione inaccettabile; uno stadio niente opere niente cubature impossibile; e allora facciamo uno stadio mezze opere mezze cubature), si regge sulla sabbia anzi, nel caso specifico, sull’acqua. Bastando, a ritardarne se non ad impedirne la realizzazione, le impuntature di questo o di quello, le liti tra le varie istituzioni oppure il riemergere del cosiddetto Vincolo ignoto, magari  sotto la forma dello scheletro insepolto di qualche imperatore romano.

Vedremo. Ma, per l’intanto, quello che abbiamo già visto è più che sufficiente allo scopo: che è quello di rievocare, a edificazione non dei posteri ma dei contemporanei, i personaggi, tutti brutti, di una brutta storia. Ma perché non si ripeta.
Insomma: “nunca mas”. O, per non allargarsi, come dicono a Roma, “quando è troppo è troppo”.

Parleremo, molto brevemente, di personaggi. Non di specifiche persone: perché molti sono personaggi collettivi e degli altri non  conosciamo le vicende concrete così come non sappiamo come, dove e per ( de) merito di chi sia nata la Grande idea poi materializzatisi sotto i nostri occhi.

Primo, in ordine di importanza, la Banca. Una Banca piena di sofferenze; ma per sua colpa. Perché, almeno qui a Roma, presta soldi alla gente sbagliata e con criteri sbagliati. Premiando non le buone idee o le capacità imprenditoriali e, nel nostro caso, la riqualificazione del mattone esistente ma piuttosto il mattone che verrà o, più esattamente, la disponibilità del terreno su cui (molto) eventualmente realizzarlo. Inutile dire che tutto ciò alimenta un sistema perverso: fatto di appartamenti invenduti ( perchè non rispondenti alle necessità abitative delle persone), di supermercati inutili e di uffici vuoti; e, corrispondentemente, di un forte consumo di suolo a fronte di opere di urbanizzazione rimaste nel cassetto. Inutile aggiungere che si tratta di un circolo vizioso desinato ad autoperpetuarsi.

E qui emerge il nostro secondo Personaggio. Un imprenditore del ramo ? Un esperto di impianti sportivi ? Un finanziere dall’occhio acuto e con denti affilati ? Un antico proprietario terriero in una zona diventata improvvisamente appetibile ? Niente di tutto questo: siamo piuttosto all'”uno nessuno centomila”che si materializza nella veste di Debitore; il che, naturalmente, consacra la sua forza e, direi la sua Necessità. Almeno per la banca che non lo vuole morto ma anzi più vivace di pria: e quale miglior garanzia di un radioso futuro che la disponibilità di un vasto terreno allo sprofondo meglio ancora se acquisito magari in modo fraudolento e senza averlo ancora pagato ?
Siamo, insomma, nel campo della matematica dove meno moltiplicato meno fa più.
Manca soltanto, a questo punto, il venditore. Quello che farà passare i metri cubi in nome di una necessità comunal-popolare. E qui arriva il nostro terzo Compare: il benefattore d’oltre oceano.

Un signore che non ha nulla né del vecchio né del nuovo presidente di una società di calcio. Il vecchio spendeva di suo e si mescolava con i tifosi: cercando una popolarità che, forse, gli avrebbe giovato anche negli affari. Il nuovo, italiano o, molto più spesso, straniero punta invece a guadagnare con la società: e lo fa, anche costruendo nuovi stadi all’interno degli spazi urbani esistenti, là dove ci sono i suoi tifosi e soprattutto là dove, realizzando lo stadio e riempiendolo di spettatori, di memorabilia e di altre strutture funzionali al progetto si assicura una più che sufficiente copertura delle spese sostenute. Al Nostro, invece, non gliene importa nulla dei tifosi ( insultati e abbandonati a sè stessi al punto di disertare da tempo immemorabile uno stadio in cui, tra l’altro, per capire che cosa è successo in campo, bisogna telefonare al parente rimasto davanti all tv di casa ); e al limite nemmeno della squadra; figuriamoci poi della città. Quello che gli importa è di vendere il nuovo stadio che, guarda caso, non è nemmeno di proprietà della Roma (anche se, questo il messaggio, “necessario se si vuole battere la Juventus”) come specchietto per le allodole per realizzare ( parole sue) una operazione urbanistica di dimensioni e di qualità senza precedenti.

Ora, i nostri tre compari, per sistemare i loro affari dovevano contare sul silenzio/assenso degli altri tre, questa volta pubblici e collettivi: nell’ordine, il comune, la stampa e le due formazioni politiche che, in linea di principio, avrebbero dovuto opporvisi. Missione, per ora, sostanzialmente, riuscita. Vediamo come e perché.

Il Comune aveva, sin dal principio, tutte le ragioni e tutti gli strumenti per dire no. Un piano regolatore che, con tutti i ritocchi e gli stravolgimenti successivi, manteneva intatta la sua filosofia di fondo: quella di limitare e controllare l’espansione della città verso l’ovest e verso il mare. Una cultura politica almeno retoricamente redistributiva che non avrebbe dovuto consentire di lasciare il quadrante est della città in una situazione socialmente, culturalmente ed economicamente deprivata. E, nel caso specifico dello stadio, la disponibilità di quattro aree, tra le quali Pietralata e Torre Spaccata, perfettamente rispondenti agli obbiettivi e ai vincoli che abbiamo testé ricordato. Mentre, nel corso di lunghi anni nè queste ragioni nè queste risorse sono state mai chiamate in causa in un confronto segnato si dall’inizio dalla totale acquiescenza/subalternità del pubblico di fronte al privato.

La stampa, in questa come in altre vicende ha sì raccontato Roma (nel suo mestiere, al di sotto del minimo sindacale). Ma non l’ha mai decentemente spiegata e illuminata: così da fare capire ai cittadini la sostanza dei problemi, le cose che accadevano o non accadevano e il perché di tutto questo. Dobbiamo così alla inimicizia tra Caltagirone e Parnasi le poche notizie critiche sul progetto stadio ( e ne prendiamo atto, ma non sino al punto di essergliene grati…); rimanendo il fatto che le vicende che hanno portato alla caduta della giunta Marino e alla semicaduta di quella Raggi non sono mai state spiegate se non in termini personal-scandalistici. Nel caso di quella grillina perché la rivendicazione, tra l’altro meschina e autoreferenziale, della propria verginità era destinata ad essere travolta dal primo seduttore di passaggio; oltretutto in un contesto in cui la nuova vocazione governativa del Movimento apriva oggettivamente la strada.

Spiegarle politicamente sarebbe stato, tra l’altro, di grande utilità. perchè ci avrebbe permesso di capire le ragioni dell’abbandono, ala prima minaccia di tempesta, dei propositi anticementizi di queste giunte. Nel caso dell’ultima giunta Pd come chiusura fatale di un ciclo apertosi all’insegna del “fare gli interessi dei lavoratori con il concorso dei. diciamo, così palazzinari e proseguito all’insegna del “fare gli interessi dei palazzinari con il concorso dei lavoratori”.

Nel caso del M5S perché la sua rivendicazione di verginità, oltretutto coniugata in modo meschino e autoreferenziale sarebbe stata travolta dal primo seduttore di passaggio; oltretutto in un quadro in cui la nuova versione governativa del Movimento lo rende disponibile ad ogni tipo di compromesso..

Ma a questo punto occorre fermarsi e riflettere. Perché proseguire con questo tipo di argomentazione, con l’aggiunta della ricerca del tradimento di questo o di quello e della “indignazione permanente” come codice di condotta non ci porterebbe da nessuna parte o meglio ci porterebbe dove non vogliamo andare. Leggi la costituzione di una specie di ridotto valtellinese di duri e di puri, in attesa dell’arrivo  di un nuovo ed imprecisato settimo cavalleggeri. Rischiamo di aspettare per un pezzo mentre il nostro “nunca mas” si deve accompagnare al “se non ora quando ?”.

E allora, occorre uno sforzo ulteriore. Uno sforzo, intellettuale e politico che ci consenta di arrivare alle radici profonde e comuni della cultura della continuità; quella che si è consolidata, ad ogni livello e nelle più varie forme nel corso di questo secolo e che rischia di portare alla definitiva cancellazione della democrazia civica.
Alla base di tutto- questa l’unica ipotesi di lavoro che mi sentirei di formulare- c’è una specie di resa consapevole e collettiva all’insegna della cultura dell’impotenza. Per dirla in breve, il pubblico- politico o amministrativo che sia- si affida alle risorse, alle regole e alle strutture de privato, perché è convinto di non potere fare altrimenti. Ed è convinto di non potere fare altrimenti perché ha totalmente perso ogni fiducia nella sua capacità non solo di governare lo sviluppo della città ma persino di garantire una sua corretta amministrazione.

Una convinzione che è nata, con il volgere del secolo, dalla constatazione, del tutto corretta, dei limiti oggettivi dello “stato sociale comunale” e dell’azione politica per estenderlo e tutelarlo. Ma che poi, di ritirata in ritirata è diventata una profezia che si autoavvera.

Non serve, ora, gridare al tradimento. E nemmeno contrastare una visione ideologica riproponendone un’altra.

Serve semplicemente capire e dimostrare, non a noi stessi ma ai cittadini romani, non solo che questo approccio è sbagliato e ha condotto al disastro ma che esistono alternative; insomma che il recupero del ruolo della politica e del pubblico ci può essere e può tradursi in nuovi modelli di sviluppo e di utilizzo delle risorse vantaggiosi per la gente.
Non sarà un percorso breve. Ma il suo primo fondamentale passaggio deve esserela fine del silenzio e dell’opacità che ha, senza soluzione di continuità, caratterizzato la gestione della cosa pubblica a Roma; con quel diritto alla trasparenza non individuale collettiva che nessuno ci regalerà se non lo costruiamo noi stessi.

Non a caso la resa del pubblico si è potuta consumar, nel caso nello stadio come in molti altri, nella nebbia artificiale prodotta dai suoi protagonisti. diradarla, da subito servirà a rendere credibile il nostro “nunca mas”.

Non a caso,la catastrofe della politica e del pubblico è avvenuta in corrispondenza del silenzio della democrazia. Rompere da subito, sempre e in ogni circostanza questo silenzio sarà il primo passo del nostro “nunca mas”.

3/3/2017