Attacchi ai giornalisti. Al Lazio va la maglia nera

da Reti Solidali

Il Rapporto 2017 di Ossigeno per l’Informazione presenta dati allarmanti: il 30% dei giornalisti colpiti in Italia da intimidazioni lavora a Roma.
Nei primi 9 mesi del 2017 è stata registrata nella Capitale la più alta pressione intimidatoria esercitata in Italia su giornalisti e blogger: 112 su 321 degli ingiustificabili attacchi ai giornalisti opera a Roma. Nello stesso periodo, nel resto del Lazio, sono stati attaccati altri 16 giornalisti.

La quota di vittime nel Lazio è pari al 35% del totale nazionale, la nostra regione veste la maglia nera, seguita a distanza dalla Sicilia (40 vittime, 12,5%), e dalla Campania (39 vittime, 12,1%).

Vittime di attacco: confronto fra le regioni più colpite nel 2017. Numero di vittime e loro peso percentuale sul totale in Italia (Fonte: Rapporto Ossigeno per l’informazione).
L’Osservatorio Ossigeno per l’informazione è stato istituito congiuntamente dalla Federazione nazionale stampa italiana, e dall’Ordine dei giornalisti.
Ossigeno per l’Informazione, dal 2009, ogni anno presenta un rapporto sui giornalisti vittime degli attacchi. Aveva lanciato l’allarme il 3 maggio scorso, in occasione della Giornata mondiale della libertà di stampa in memoria dei giornalisti uccisi e di quelli vittime di aggressioni, minacce, azioni legali pretestuose, intimidazioni, varie forme di ostacolo.

I dati del Rapporto 2017 sulle minacce e gli attacchi ai giornalisti del Lazio, presentati il 30 ottobre nella Sala Tobagi della FNSI, sono preoccupanti e offrono molti spunti di riflessione.

L’ALLARME ROMA. Nel Lazio lavora quasi il 40% degli operatori dell’informazione tra giornalisti, foto e video operatori, altre figure coinvolte nella produzione di news, reportage e altri contenuti informativi, autori di libri e spettacoli, editori, blogger e chiunque – professionalmente o no – sia stato attaccato per aver prodotto qualche contenuto informativo.

Incidenza delle vittime a Roma nel 2017 rispetto al dato regionale e nazionale (Fonte: Rapporto Ossigeno per l’informazione).
Per quanto riguarda le tipologie degli episodi di attacco, quasi la metà dei soggetti è vittima di attacchi realizzati attraverso il ricorso alla giustizia con denunce per diffamazione e richieste di risarcimento danni, che fanno appello al diritto alla privacy, al diritto all’oblio, alla lesione del proprio onore. Solo nel Lazio nel 2017 sono 49 (il 44,64%) le vittime di episodi che rientrano nella categoria “Denunce e azioni legali”​, mentre 42 (37,50%) hanno subìto degli “Avvertimenti”; seguono 11 episodi di “Ostacolo all’informazione” (9,82%), 8 “Aggressioni fisiche” (7,14%) e un caso all’interno della categoria “Danneggiamenti”​ (pari allo 0,89%).

«Il Lazio continua ad essere la regione con il maggior numero di minacce per i giornalisti, per il quinto anno consecutivo», ha affermato in un’intervista a Reti Solidali Lazzaro Pappagallo, segretario dell’ASR, Associazione Stampa Romana. «Una delle ragioni può essere che Roma è un grande centro di relazioni e di redazioni, un’altra il fatto che esiste un’attitudine nei palazzi di potere (e non solo) ad utilizzare l’arma della querela come “manganello virtuale” per zittire i colleghi. Questo è tanto più inaccettabile in quanto i giornalisti minacciati sono freelance, che guadagnano pochissimo e non hanno la possibilità di arrivare a giudizio, ma neanche di pagare un avvocato. L’effetto è che questi cronisti preferiscono raccontare fatti generalisti, che non creano problemi, piuttosto che fatti che possono essere di interesse per la cittadinanza, ma anche per chi vuole zittire la stampa: si costringono le persone ad essere allineate piuttosto che ad avere quel coraggio che poi dovrebbe anche contraddistinguere la frontiera migliore del nostro mestiere. Per questo bisogna fare qualcosa», continua Lazzaro Pappagallo.

LE PROPOSTE. Ossigeno per l’Informazione propone di creare degli hotspot, un centro di coordinamento dove far arrivare le denunce, per poi prendersene carico in modo complessivo. «Ossigeno per l’informazione è una onlus, svolge attività di informazione e di analisi degli attacchi giornalistici nell’interesse della categoria, va avanti grazie al volontariato professionale», ha detto Alberto Spampinato, direttore di Ossigeno per l’Informazione. «Il nostro lavoro ci porta a conoscere situazioni anche molto gravi, a volte è difficile trovare l’interlocutore giusto. Bisogna trovare una piattaforma pubblica su cui poter segnalare gli attacchi rilevanti ai giornalisti. Inoltre, proponiamo di togliere il carcere ai giornalisti».

Il nostro codice penale, infatti, prevede ancora la condanna al carcere per il giornalista in presenza del reato di diffamazione a mezzo stampa. L’Europa ci chiede da tempo di eliminare questa norma, che ci penalizza molto nella graduatoria mondiale sulla libertà di stampa.

L’incontro del 30 ottobre scorso alla Federazione nazionale della stampa di presentazione del Rapporto 2017 di Ossigeno per l’informazione
«Con la speranza che il nuovo Ordine nazionale dei giornalisti, appena eletto, si attivi, chiediamo un fondo anti-querele per il cronista freelance che non ha la copertura dell’azienda, ma che avendo le spalle un po’ più coperte può resistere meglio, considerando che il 90% di queste querele si risolvono in nulla: i cronisti in 9 casi su 10 sono innocenti e non hanno commesso il reato», ha spiegato Lazzaro Pappagallo.

«Una buona parte delle vittime di attacchi, nella nostra categoria, è costituita da freelance, che non hanno solidità e forza: guadagnano da poco meno di 9000 euro a poco più di 14000 euro. Dobbiamo crescere di consapevolezza, dobbiamo essere noi a dire che non siamo dei privilegiati e dobbiamo farlo sapere in giro. Più ne parliamo e più stimoliamo l’opinione pubblica ad avere una rappresentazione corretta della nostra professione. Bisogna rompere lo scetticismo delle istituzioni – magistratura e prefetture – che non percepiscono la gravità del fenomeno e non lo vivono come una vera emergenza», ha concluso Pappagallo.

«Come Regione possiamo intervenire per rafforzare il sistema al fine di porre argine ad una vera e propria guerra a bassa intensità che si sta conducendo contro la libertà di stampa», ha detto Marta Bonafoni, vicepresidente della Commissione Antimafia della Regione Lazio. «È paradossale che la legge usi il manganello», ha affermato Marco Tarquinio, direttore di Avvenire. «Ho visto, negli anni, crescere la pressione anche dentro la nostra stessa categoria: bisogna, invece, cercare di essere solidali tra le testate».

«Siamo talmente convinti dei luoghi comuni, che gli attacchi ai giornalisti succedano solo in altri Paesi come la Turchia o l’Afghanistan, che li declassifichiamo, reagiamo come se questi problemi non ci riguardassero», ha commentato Giuseppe F. Mennella, segretario di Ossigeno per l’Informazione. «Invece, devono entrare nel tavolo politico, proviamo a mobilitarci, portiamo questi dati nelle redazioni, invitando i giornalisti a pubblicarli”.

NEL RESTO DEL MONDO. «Negli ultimi dieci anni sono aumentate dal 5 al 10% i casi di molestia sessuale anche online contro le giornaliste nel mondo», ha spiegato Mehdi Benchelah, responsabile del progetto comunicazione e informazione dell’Unesco.

Mehdi Benchelah, , responsabile del progetto comunicazione e informazione Unesco
Dal 2006 al 2016 l’Unesco ha monitorato 930 casi di giornalisti uccisi nel mondo, il 50% in zone di guerra e l’altro 50% in nazioni in pace.

Un obiettivo dell’Unesco è l’educazione della società che si basa sul pilastro dell’informazione, Benchelah ha anche illustrato un programma di corsi rivolti a giudici e forze dell’ordine per la sicurezza dei cronisti.

«L’Unesco svolge un’attività di monitoraggio dei casi di intimidazioni, molestie, torture, rapimenti, sparizioni forzate fino, in particolare, alle uccisioni dei giornalisti nel mondo: viene ucciso un giornalista ogni 4 giorni, di questi omicidi 9 su 10 rimangono impuniti.
In Italia, sono 28 i giornalisti uccisi, tra il 1960 e il 1992, nel 68% dei casi gli omicidi sono rimasti impuniti. Attualmente, sono 20 i giornalisti italiani sottoposti a misure di protezione personale a seguito di minacce.

Ilaria Dioguardi

Pubblicato su Reti Solidali il 31/11/2017

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