Il momento è ora: occorre una sinistra, civica, larga e partecipata

 Tomaso Montanari e Anna Falcone  

1.

Crediamo che davvero non si possa più aspettare, e lo diciamo con umiltà e con il massimo rispetto per ogni percorso politico: il momento è ora. Perché «guasto è il mondo, preda / di mali che si susseguono, dove la ricchezza si accumula / e gli uomini vanno in rovina» (Oliver Goldsmith, The Deserted Village).

Di fronte all’ennesima legge elettorale-truffa, a un dibattito mediatico-politico concentrato su leadership e personalismi, invece che sulle soluzioni ai problemi delle persone e sulla costruzione di una nuova visione di società e di Paese, una parte importante di cittadini ed elettori si sta chiedendo se andare o no a votare alle prossime elezioni politiche. Perché rischia di trovarsi dinnanzi all’ennesimo Parlamento di nominati non scelti dagli elettori. Perché manca nell’offerta politica un progetto veramente innovativo capace di rappresentare chi non ha voce; di contrastare la precarietà in cui vivono i più, e la quasi totalità delle giovani generazioni; di proporre, oltre alla protesta, un nuovo modello sociale più giusto, inclusivo, solidale. Un progetto capace di rovesciare «la scandalosa realtà di questo mondo» (papa Francesco).

Per cambiare veramente lo stato delle cose non basta il professionismo politico che c’è, occorre qualcosa di veramente nuovo: un progetto unitario più grande e ambizioso dei singoli pezzi, un progetto che vada oltre le prossime elezioni e abbia come denominatore comune il contrasto alle politiche neoliberiste che in questi anni hanno decapitato diritti, futuro e ruolo della sovranità popolare e delle istituzioni democratiche.

Dopo la lunga stagione dei governi e delle politiche nell’interesse dei pochi contro i bisogni e i desideri dei molti è giunto il tempo di immaginare una politica e un governo nell’interesse della maggioranza delle persone. Un mezzo, insomma: e non un fine.

È per questo che consideriamo chiusa la stagione del centro-sinistra: perché è giunto il tempo di rovesciare il tavolo delle diseguaglianze, non di venirci a patti. E per far questo serve costruire la Sinistra che ancora non c’è.

2.

È per questo che, a giugno, abbiamo lanciato il percorso ‘del Brancaccio’: quello di un’alleanza popolare, tra cittadini e forze politiche, per la democrazia e l’eguaglianza. L’abbiamo fatto per rimettere al centro del dibattito politico la prepotente richiesta di democrazia e partecipazione scaturita dalla vittoria del 4 dicembre: non ci basta più difendere la Costituzione e lo Stato democratico di diritto, vogliamo attuarli e costruire insieme un fronte politico e sociale alternativo al pensiero unico neoliberista e alle riforme dettate e imposte dal capitalismo finanziario a Parlamenti e governi deboli o conniventi.

Ora, quattro mesi e molte assemblee dopo, è a tutti chiaro che era la strada giusta.

È per questo che rilanciamo lo stesso obiettivo, con l’imperativo di partire, senza ulteriori tentennamenti, per la costruzione di un Polo civico e di Sinistra che confluisca, nell’immediato, in una lista unica nazionale e, in prospettiva, in un soggetto capace di dar vita a quella Sinistra che, in questo Paese, non c’è ancora. Un progetto politico stabile e credibile di Sinistra, più grande e più ambizioso dei singoli partiti e movimenti, e che permetta, anche nel nostro Paese, la liberazione e l’espressione di quelle energie che altrove hanno dato vita – ad esempio – a Podemos in Spagna, e al nuovo Partito laburista di Corbyn in Gran Bretagna.

Un caso emblematico, quest’ultimo: anche il partito che ha inaugurato la “Terza Via” in Europa ha invertito la rotta e riguadagnato consensi e credibilità dopo una lunga crisi. Ciò che accade in Europa, ci insegna che la Sinistra vince solo se è unita su programmi radicali e innovativi, senza alcuna “connivenza” o appoggio a forze conservatrici e di ispirazione neoliberista. Dobbiamo guardare oltre, non fermarci alle prossime elezioni, ma costruire insieme i presupposti per un nuovo umanesimo globale, un mondo giusto in cui trovino posto non solo i vecchi diritti che ci sono stati tolti, ma anche i nuovi, come il diritto a una partecipazione democratica vera, il diritto al tempo, il diritto alla felicità di tutti e di ognuno. Questa è la nostra ambizione, e per attuarla sappiamo che la dimensione nazionale non è sufficiente. Per questo vogliamo rafforzare quei rapporti con gli altri movimenti che in Europa e nel mondo hanno già percorso questa via e hanno inaugurato una nuova stagione politica e di democrazia, rimettendo al centro del dibattito i cittadini e le loro reali priorità.

Insomma, siamo convinti, con Tony Judt, che «C’è qualcosa di profondamente sbagliato nel nostro modo di vivere, oggi. Per trent’anni abbiamo trasformato in virtù il perseguimento dell’interesse materiale personale: anzi, ormai questo è l’unico scopo collettivo che ancora ci rimane. Sappiamo quanto costano le cose, ma non quanto valgono. Non ci chiediamo più, di una sentenza di tribunale o di una legge, se sia buona, se sia equa, se sia corretta, se contribuirà a rendere migliore la società, o il mondo. Erano queste un tempo le domande politiche per eccellenza, anche se non era facile dare una risposta: dobbiamo reimparare a porci queste domande. Dobbiamo sottoporre a critica radicale l’ammirazione per mercati liberi da lacci e laccioli, il disprezzo per il settore pubblico, l’illusione di una crescita senza fine. Non possiamo continuare a vivere così».

3.

Quel popolo unito noi lo abbiamo incontrato lungo tutto il 2016, nella grande campagna referendaria che ha portato alla vittoria del 4 dicembre, le tante bandiere della Sinistra si sono inchinate di fronte all’unica bandiera della Costituzione. E abbiamo vinto!

Questa unità è andata oltre, nonostante un dibattito mediatico e politico tutto concentrato sui cambi d’umore di un ‘leader’ autodesignato e divisivo, ed ha  preso corpo fin dalle prime assemblee del ‘Brancaccio’ che, dal 18 giugno ad oggi, hanno attraversato e per tutto ottobre attraverseranno l’Italia. E anche nei nostri incontri sul programma si è ritrovato un solo popolo: cittadini senza tessera, altri che militano in partiti e movimenti della Sinistra, tanti delusi dal PD e dalla politica in genere, cittadini che non votano più o si rifugiano nel voto di protesta. Tutti chiedono la stessa cosa: una forza unitaria e popolare che possa e voglia realmente cambiare l’Italia con un programma radicale e coraggioso di rivendicazione dei diritti negati, a partire da quelli riconosciuti e tutelati dalla Costituzione, per arrivare ai nuovi diritti posti dalle sfide del presente e del futuro.

Oggi siamo qui per prendere atto, finalmente, che sono maturati anche in altri le ragioni e la volontà di lavorare per una lista unica della Sinistra. Le vicende di questi ultimi giorni, hanno reso evidente la faglia di separazione tra chi rimane arroccato a vecchi schemi e condizionato dall’egemonia del Partito democratico, e le forze che intendono davvero cambiare lo stato delle cose. Lavoro, redistribuzione della ricchezza, tutela dell’ambiente e del clima, diritto alla salute e all’istruzione, pace e accoglienza dei migranti: esiste un popolo, unito, che su tutto questo vuole invertire la rotta.

4.

Per questo vogliamo mettere a disposizione il metodo e l’esperienza del Brancaccio, che dall’inizio è nato come uno spazio politico aperto a tutti coloro che condividessero questi obiettivi. Noi continueremo con le assemblee locali delle “Cento piazze per il Programma”, che culmineranno in un grande incontro nazionale, a novembre.

Contemporaneamente, e fin da oggi, verificheremo con i responsabili di tutte le forze politiche che si dichiarano alternative alle destre e al Pd la possibilità di costruire un calendario e un metodo – condivisi da tutte le forze, civiche e politiche, e non imposti da nessuno – che portino, prima della fine dell’anno, ad una lista unica ed unitaria per le prossime elezioni.

Per questo ribadiamo la centralità di una vasta partecipazione dal basso, che porti ad eleggere – col metodo una testa un voto – e secondo le modalità più trasparenti e plurali possibili, una grande assemblea che decida democraticamente sul programma finale e su candidati realmente espressione dei cittadini, con il più ampio spazio per donne e giovani. Le regole di questo processo saranno fondamentali: noi crediamo, per esempio, che sia inaccettabile il modello mediatico e ambiguo delle primarie, e che i modi di partecipazione debbano invece valorizzare l’impegno di coloro che si spendono in attività politiche, sociali, di volontariato, ecc. E crediamo che un comitato di facilitatori non candidati debba assumere un ruolo di garanzia, in questo processo.

Sinistra Italiana, Possibile, Mdp, Rifondazione Comunista, l’Altra Europa e le altre sigle politiche che si uniranno sono solo una piccola parte della sinistra che va costruita: e crediamo che questa nuova Sinistra o sarà civica, larga, democratica e partecipata, nei metodi e nei fini, o non sarà.

Perché il nostro impegno sia credibile e sia l’inizio di una nuova stagione politica è necessario un radicale rinnovamento di linguaggio e di leadership, un rinnovamento anche generazionale che rappresenti nei volti e nelle storie una sinistra non solo finalmente unita, ma realmente nuova, espressione dei cittadini e dei territori, in una parola diversa rispetto alle esperienze passate e con lo sguardo rivolto al futuro. Una sinistra finalmente credibile.

La nostra stessa condizione di cittadini, e non di politici di professione, ci impone un ruolo di garanzia, di stimolo e di controllo: al quale non verremo meno. Da oggi inizieremo a realizzare questo programma: con tutte e tutti coloro che vorranno starci.

La politica – come ha detto Jeremy Corbyn – non deve tornare nelle scatole. E non lo farà.

Anna Falcone, Tomaso Montanari

​pubblicato su http://www.perlademocraziaeluguaglianza.it/2017/10/09/momento-ora-occorre-sinistra-civica-larga-partecipata/

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  1. Comitato Promotore a difesa dei servizi pubblici locali. Situazione Atac.
    All’attenzione di Assemblea Popolare:
    documento politico del comitato partecipato da forze politiche della Sinistra romana, con associazioni di cittadini, pendolari, sindacati confederali e di base.
    Richiesta di iniziativa politica sul tema della privatizzazione dei servizi pubblici locali.
    Cari tutti,
    é indispensabile che oltre al livello locale la battaglia sia portata sul livello nazionale e regionale. L’obiettivo politico che la Sinistra del Brancaccio deve porsi è ottenere aziende pubbliche, più efficienti del privato, fuori dalla gabbia dell’austerity e del rigorismo inconcludente, tecnologicamente all’avanguardia, per garantire il diritto universale e costituzionale della libera mobilità per i cittadini e il rispetto dei livelli occupazionali e salariali per chi ci lavora. Noi partiamo da una comune convinzione di sinistra: le aziende pubbliche “se gestite correttamente” sono asset insostituibili dell’economia locale e “se” governate con una pianificazione pubblica e condivisa e non dalle influenze egemoniche di gruppi lobbistici nazionali ed europei, in combutta con la rendita fondiaria.
    Le responsabilità della profonda crisi del settore risiede in un congeniato “programma” di dismissione degli asset pubblici costruito nel tempo e perfezionato con i decreti Madia-Delrio.
    A Roma, gli obblighi di rientro del debito capitolino, i vincoli di bilancio e la colpevole inerzia della Giunta Raggi, le scelte del concordato, sono l’innesco attuativo del volto destrogeno del M5S e mercatista dato dalle normative nazionale e regionali vigenti. I cosidetti progressisti pro-svendita dei servizi pubblici e degli indotti industriali, si giustificano sempre con la crisi e le minori risorse disponibili, per destabilizzare l’entità pubblica di questa o quella amministrazione, per strumentalizzare la disperazione sociale, l’impoverimento economico dei strati popolari o l’incarognimento dato da una crisi che non ha precedenti per contrapporre cittadini contro lavoratori e smantellare i residui di un welfare ridotto ad ospedaletto compassionevole che ormai è eterodiretto più dal privato che dal pubblico. Anche se la Giunta Raggi a Roma, ha grandissime responsabilità, gestionali e sulla mancata programmazione, preesiste un pregresso di responsabilità, dal quale non possiamo prescindere. Il palcoscenico sociale ed economico del Modello Roma, é caduto. E oltre il capitolo Mafia Capitale, con esso si sono disvelate le pessime gestioni in buona parte delle aziende pubbliche gestite trasversalmente dal centrosinistra ulivista e da Alemanno. Ovviamente la gestione e produzione aziendale di Atac che era di per sè già fortemente logorata non ha fatto eccezioni. I crediti inesigibili degli enti locali che ne detengono la piena partecipazione azionaria sono soltanto una parte del problema. I bilanci sono stati sempre in precario equilibrio; anche con la cessione tramite affidamenti dal 20 al 30% ai privati nelle periferie con Roma TPL e nei servizi dell’indotto. In realtà hanno vinto “pilotate” strategie di “definanziamento” di Roma e delle Partecipate in parallelo con la delegittimazione morale dell’ambito pubblico, supportate da “spintanee” e imponenti campagne, che fin dal 2010 hanno costruito l’attuale svalorizzazione mediatica del lavoro pubblico nell’immaginario collettivo. A ridosso della scadenza degli affidamenti e al rinnovo delle gare, si é manifestato una curiosa coincidenza tra il “pressing” di interventi legislativi contro la struttura contrattuale degli autoferro e la spoliazione delle funzioni economiche e sociali della mission universalistica del servizio pubblico.
    L’input del PD è stato: questi bastioni pubblici, devono essere ceduti ad altri soggetti imprenditoriali nazionali ed europei, per future convenienze di scambio politico_clientelare, per convertire in via definitiva il servizio pubblico al credo del profitto neoliberista. Come fare? “Affamare il cavallo”… come usava dire sempre, Margareth Thatcher, la lady di ferro (rimpianta dai Radicali Italiani) , che privatizzò integralmente i trasporti locali di Londra, dovendo poi fare marcia indietro per recuperare inefficienze e aumento dei costi dati dai privati. La torta italiana èun settore che fà gola: 1.121 aziende, addetti pari a 116.500, 50.000 miliardi di km percorsi, 5,4 miliardi di viaggiatori trasportati, Il 78% delle aziende opera in servizio misto con una fatturato, di ⅔ di 50 milioni di € anno. Un valore produttivo ma sempre frenato.
    E a colpevoli sottovalutazioni si è aggiunta la crisi, tradotta in tagli nei DEF capestro, sotto dettatura della troika dell’eurozona, portando su scala nazionale, situazioni di collasso del servizio e precarietà occupazionali per gli operatori. Servizi scadenti, tensioni sociali, incerto diritto alla mobilità. É nelle grandi aree metropolitane, come a Roma, che il tpl continua ad essere penalizzato dalla gomma (auto e trasporto merci al 78%). Nel trasporto nel Lazio é il rapporto Pendolaria Legambiente (2016/17) che denuncia gli effetti della spasmodica corsa di FS- Trenitalia, verso il lancio in borsa e una esclusiva dedizione all’Alta Velocità, mentre abbandona gli Intercity dei pendolari al disastro delle 8 linee ferroviarie. Creando un costante disagio esogeno ed endogeno a quei 650mila pendolari.Nonostante il privato sia sempre“sussidiato” dal pubblico, nel Lazio e a Roma non c’è una gestione, tra le 65 imprese private del trasporto, che abbia brillato per gestione del servizio e garanzia per i diritti dei lavoratori, a partire dagli autisti di Roma TPL, rimasti per sei mesi senza stipendio. Eppure, gli elementi di rilancio di carattere economico e sociale, diretti ed indiretti, del settore sono enormi. Gli attuali trend confermano che se il trasporto locale e regionale fosse finanziato, analizzato e governato anche per il suo valore ambientale sociale, é uno dei percorsi di uscita dalla crisi e una sicura opportunità industriale “pubblica” per il Paese e le regioni. Ma non bastavano soltanto le malegestioni, si aggiungono anche le mancate risorse nel Fondo Nazionale Trasporti.
    Nel 2010-11 ben -545 mln €;
    nel 2012 ben -893 mln €.
    E se il plafond FNT del 2013, rispetto al 2010, restituisce 600 milioni di euro, saranno cmq 6,7 al massimo 8 mld in conto esercizio che non arriveranno a compensare quel -17% , (circa 7 mld, in meno), di fabbisogno accertato. La situazione di questi trasferimenti mancati sembra si protarrà fino al 2024. Questa é l’origine del male, il combinato disposto di risorse mancanti e la spinta al liberismo che é stata micidiale, costringendo il trasporto pubblico locale a sopravvivere, praticamente cannibalizzandosi. Anche grazie alla cinica indifferenza di chi, nelle istituzioni, pur sapendo, ha taciuto per favorire il privato nazionale lanciato in borsa quale FS e altri operatori europei, che gareggiano da noi ma non concedono la concorrenza nei loro paesi di origine, anzi questi operatori UE procedono con fusioni e acquisizioni che costituiscono dei veri oligopoli. Da quí traggono origine, le motivazioni di fondo, per le quali in meno di quattro anni, preesistenti difficoltà produttive ed organizzative di molte aziende “non a caso Atac e soprattutto pubbliche”, sono diventate patologiche, con livelli di indebitamento che (Roma docet) mettono a rischio la stessa tenuta patrimoniale in conto capitale dei bilanci degli enti.
    É in queste ore, che nel Paese è in corso, lo smottamento del servizio pubblico locale del trasporto. Dopo i buoni intenti del Testo Unico dei Servizi pubblici locali, altre 65 leggi di riforma, e il percorso di messa sul mercato dei beni pubblici, ci consegna: le efficientissima Atv di Padova che lamenta la penuria di trasferimenti da parte della regione; le eredità gestioniali di Fassino e Chiamparino a Torino affossano GTT; le ex gestioni uliviste locali, De Magistris eredità con Iervolino e Bassolino a Napoli l’Atan e Ctp (Circumvesuviana) in crisi profonda; nella rossa Emilia l’Atc in affanno; nella regione di Burlando (il legislatore della 422) e Paita a Genova con la crisi dell’Amt; la Firenze di Renzi e Bardella con Ataf; Umbria Mobilità che forse si risana con interventi discrezionali di Delrio; o la Palermo di Crocietta con l’Amtab in default.
    Governi inadempienti e Regioni svincolate dall’obbligo“inderogabile” di trasferimenti adeguati verso i servizi pubblici, hanno causato tagli sui contratti di servizio, sui salari, sulle clausole sociali, pessima qualità del trasporto sulla pelle di cittadini e lavoratori.
    Appalti e subappalti che con il massimo dei ribassi, tagliano oltre alla dignità delle persone, occupazione e salari. Di questi effetti gli opinionisti non ne parlano mai. Giusto denunciare scandali e disservizi, e noi siamo sempre stati in direzione ostinata e contraria, rispetto alla corruzione e ai disservizi, ma non é che i persistenti tagli dei governi e regioni non abbiano avuto impatti devastanti sui bilanci traballanti delle aziende, aggravati da gestioni corrotte volute dalle lobbies politici locali e regionali che oggi PD in testa, vogliono privatizzare il servizio. Tappare le falle date da mancate risorse senza pianificazione pubblica; il mancato rinnovo del parco rotabile, la mancanza di forniture, la cannibalizzazione dei mezzi in disuso. Tutto per far coincidere i conti con quel 30% da introiti da traffico e quel il 17% da ricavi di servizi collaterali e commerciali che in verità, sono stati sempre esternalizzati al privato. Tuttavia, dati Asstra, CdP, Ispra, Insfort, il settore rappresenta una torta di mercato “sicuro” e sussidiato da risorse pubbliche che fà gola alle multinazionali, perchè con abbonamenti e biglietti incassa 2,6 mld di € anno; copre il 26% dei costi di esercizio rispetto al quel 35% imposto dal 1998 con le controriforme Bassanini-Burlando. La stessa vituperata Atac oggi incassa 1 mld e 86 mln anno, e stornando i crediti inesigibili del Comune e della Regione il suo deficit si sarebbe attestato sui 325 mln euro. I cavalieri serventi del PD per il privato, che mirano al commissariamento e allo spezzatino, sanno che, soltanto adeguati interventi di programmazione e pianificazione antitraffico in capo agli enti locali, possono avviare una reale crescita del trasportato, una politica di parcheggi di scambio, con una congestion charge che non privilegi i ricchi e convinca tutti a lasciare l’auto in garage. Investimenti in ITC, infrastrutture e corsie preferenziali, una strategia seria contro l’evasione tariffaria, (in capo agli enti locali).
    Questo lo si ottiene con la puntualità e il rispetto dell’entità delle risorse.
    Non si capisce perché misure logiche e civili in un qualsiasi altro paese europeo, dove raramente pensano di mettere tutto in mano al privato e che potenzialmente possono consentire di raggiungere i 3 miliardi, di fatturato entro il 2019, non passano. E’ chiaro che se si vogliono realmente raggiungere questi obiettivi, bisogna avere il coraggio politico di attuare scelte “scomode” che rispondano alla qualità alta della domanda e non riducendone l’offerta.
    Quindi con una offerta diversificata, guadagnare per la collettività, più km vettura con il ferro, filobus ed elettrico, investendo in una offerta di mobilità ecologicamente sostenibile.
    Un Tpl di qualità a tutela della salute e del diritto alla mobilità. Ciò che non é stato fatto per questo settore, (Roma Capitale in primis) che anche al netto del trasversale depredamento, nel pieno della crisi del Paese, vale comunque tra i 9 e 10 miliardi di € anno, a tariffe invariate. Questo valore economico, sociale e ambientale non può essere svenduto. E’ una risorsa “pubblica” che deve essere al servizio del Paese e non un “bene rifugio” riserva del privato che si intreccia con la speculazione finanziaria, avvantaggiandosi di cospicui sussidi pubblici, da trasformare in dividendi per gli azionisti, come la recente crisi idrica ed energetica ci ha mostrato. E’ sotto gli occhi di tutti, che il percorso di privatizzazione dei servizi pubblici ha prodotto diseguaglianze e scelte di classe. Questo è il piatto preparato dai governi Prodi, Berlusconi, Monti e Gentiloni. Il renzismo, in vitro, dopo lo scippo della vittoria del referendum del 2011 a tutela dei beni comuni, ha blindato il progetto liberista di dismissioni delle partecipate, con i decreti anticostituzionali Madia, la cui riscrittura “peggiorativa” coercitivamente nega il 15% di trasferimenti per gli enti locali che osassero scegliere l’affidamentoi in house. Il non riconoscere l’esito referendario sull’acqua pubblica del 2011 ha portato alla deregulation contro il pubblico e contro il lavoro. La “non”rispettata volontà di milioni di italiani, che come al solito prima della classe politica, comprese i rischi, si espresse solennemente per preservare questi beni dalle logiche del solo profitto.
    Governi ed enti locali, devono cambiare relazioni con il trasporto locale, non considerarlo un “bene inferiore e costoso” da passare ai privati. Nei paesi industrializzati, con un modello di sviluppo urbano centrico a fronte di una maggiore coscienza ambientale, il tpl è “valore sociale ed ecologico” in quanto la sua attuazione per la collettività riduce congestione e inquinamento. Invece, nel nostro Paese, da sempre, il tema del tpl, è gestito con intolleranza o come occasione di occupazione partitica. Una miope lente economicista e da partitocrazia, che oggi mostra i suoi limiti. La difficoltà principale delle aziende è quella di garantire la qualità del servizio a fronte della scelta per l’80% degli spostamenti locali con auto. Un trend inalterato e devastante per l’ambiente, l’economia, la salute pubblica. Negli ultimi 10 anni i tempi di percorrenza nei maggiori centri urbani sono aumentati del 20-30%, con velocità di spostamento nelle ore di punta di 7/8 km orari. Nell’arco temporale della crisi, i fondi pubblici destinati sono stati ridotti di €1.4 miliardi. Il FNT (Fondo nazionale trasporti) sabotato dalla spending review di montiana memoria, mise a disposizione soltanto €4.9 mld. Il gap è strutturale ma non lo si vuole riconoscere. I fondi coprono il 75% della gestione del servizio (dati Conto Nazionale Infrastrutture e Trasporti e Conferenza delle Regioni e Province), e soltanto ¼ del finanziamento è trasferito agli enti locali, che, in base ai propri deficit e a improbabili fondi addizionali “valutano” se è come utilizzarli per il trasporto pubblico locale o meno. A tutto ciò si aggiunge una incompetente “furbizia” della politica nelle regioni, nel privilegiare province amiche o le emergenze invece degli “assetti di sistema”. Non si rinnova il parco rotabile tant’è che la vita rotabile media italiana rispetto all’UE è 7 anno contro 12. Ergo, Atac: 12 anni per i bus, 25 per i tram, 15 per le metro. Conseguentemente (e pericolosamente) si riduce la sicurezza di esercizio, la qualità e lievitano i costi di manutenzione. Non a caso, la magistratura ha accertato che incapacità e boicottaggio spesso coincidono con la bulimia politica che ha sfociato come a Roma in Mafia Capitale. Sono i numeri degli acquisti sul materiale rotabile, che ci danno la misura di strategie di corto respiro: sul trasporto rapido di massa, si ha un sicuro ritorno qualitativo, ambientale ed economico con ferrovie locali che funzionano, con i tram, metro e le linee ferroviarie. Dunque, gli unici soggetti, che possono dichiararsi esenti da responsabilità, sono i cittadini romani e i lavoratori autoferrotranvieri. Per questo si é costituito il 7 settembre il comitato. Aziende pubbliche, gestioni corrette e trasparenti, efficienza, tecnologia , per garantire il diritto universale della libera mobilità ai cittadini e il rispetto dei livelli occupazionali e salari per chi ci lavora. Multiutility come asset insostituibili dell’economia locale, governate dalla pianificazione pubblica e democratica e non dalle pressioni affaristiche dei gruppi lobbistici nazionali ed europei in combutta con i poteri politici, con la speculazione edilizia e la rendita fondiaria. Il paradigma economico e sociale attuale sul valore dei servizi pubblici deve essere ribaltato e recuperato a beneficio della collettività, della mobilità, del ruolo del lavoro. Questa battaglia politica deve essere posta alla base dei principi e valori per la costruzione di un nuovo soggetto politico a Sinistra
    Coord. Stefano Caroselli Sinistra Italiana

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