Stadio/Business Park a Tor di Valle, perché dico no: «Roma città malata, stop ai privati»

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di Paolo Portoghesi

Roma è afflitta da molte pericolose malattie. Il suo centro storico continua ad essere, malgrado la congestione del traffico, una delle meraviglie del mondo. Ma la città che lo circonda è cresciuta così male da renderla nel suo complesso disordinata e perciò ingovernabile.

La sua espansione caotica costa ai suoi cittadini un quotidiano spreco di vita per il tempo che occorre per raggiungere dalla propria abitazione il posto di lavoro utilizzando una rete stradale di una vastità davvero patologica che impone altissimi costi di manutenzione.

Una delle cause principali di questa crescita caotica è il fatto che, anziché seguire i suggerimenti del piano regolatore e dei piani di attuazione, i costruttori hanno scelto di costruire su terreni acquistati come terreni agricoli o a bassissima densità, sicuri che in un modo o nell’altro sarebbero riusciti poi con le varianti a renderli fabbricabili in misura conveniente ai loro interessi. Chiunque sorvoli la città si rende conto di questa urbanizzazione schizofrenica che l’ha privata della possibilità di inserire nell’agglomerato urbano pause di zone verdi indispensabili per alleviare le patologie ambientali.

Ebbene, oggi una giunta – votata in modo plebiscitario per cambiare la città – sembra propensa a ripetere l’errore dei peggiori predecessori consentendo ai privati di decidere la collocazione di un importante servizio urbano come lo stadio della Roma, distruggendo per sempre la speranza di poter trasformare la valle del Tevere, ancora in gran parte intatta, in quel parco fluviale di cui tanto si è parlato in passato.

Non basta; oltre allo stadio- il cui interesse pubblico è fuori discussione – i privati chiedono di costruire un centro direzionale e hanno scelto la tipologia del grattacielo, che contraddice la storia della città e le sue esperienze moderne che hanno sempre fatto i conti con la tradizione classica. Come architetto si è scomodato Daniel Libeskind, che dopo il felice esordio del Museo della Shoah – che rievoca in modo efficace la barbarie nazista – si è sentito in dovere di ripetere analoghe morfologie aggressive ed esplosive in una quantità di edifici che soddisfano la smania diffusa di ridurre l’architettura a una gara di sfrenati gesti individualistici.

Visto che Roma è una città malata per la sua caotica espansione, come terapia si propone di rispecchiarne lo sfacelo attraverso le forme storte e sbilenche dei grattacieli di Libeskind. Fortunatamente nel mondo – dopo la parentesi ipermuscolare della architettura sbilenca – comincia a profilarsi tra i giovani una architettura di opposizione, contraria agli sprechi e agli esibizionismi auto-pubblicitari.

Per una opera pubblica così importante in un paese civile sarebbe il Comune a scegliere la collocazione offrendo gratuitamente il terreno ed esigerebbe un concorso internazionale di progettazione.

Pubblicato sul Corriere della Sera del 11/2/2017