Alitalia, l'incubo infinito dei lavoratori dell'ex compagnia di bandiera

Sembra davvero una storia senza fine la crisi di Alitalia, una crisi che ha radici lontane e che è tornata recentemente alla ribalta a seguito delle catastrofiche notizie di un possibile crack finanziario, determinato da ingenti perdite legate alla diminuzione dei ricavi ed al calo dei passeggeri, con la conseguenza di un’ulteriore probabile riduzione del personale.

Non è questa  la sede per analizzare tutte le concause del lungo declino Alitalia, che si trascina da anni e che risale addirittura all’epoca in cui si scelse di creare il secondo polo nazionale di Malpensa. Quello che è certo è che le politiche imprenditoriali, gli interventi statali e bancari, le liberalizzazioni, l’ingresso di capitali stranieri,  insomma tutte le manovre attuate per salvare la cosiddetta “Compagnia di bandiera” non hanno finora dato i risultati sperati per il concreto risanamento aziendale.
Una crisi che, come di consueto, hanno  pagato i lavoratori, il cui numero si è ridotto di circa 10000 unità nel corso degli ultimi otto anni. Licenziamenti, migliaia di persone in cassa integrazione, altri lavoratori vittime della legge Fornero ed esodati senza alcun ammortizzatore sociale, addirittura – segnalano alcuni dipendenti – mancato rispetto delle norme a tutela dei portatori di handicap. E nel frattempo l’azienda rimpiazzava quegli stessi dipendenti lasciati a casa con altri precari, chiamati in sostituzione con contratti a tempo determinato, che  – più o meno consapevolmente – nutrono l’illusione di poter essere chissà quando assunti in maniera definitiva.
1600. Un numero evocativo in questo inizio di 2017. E mentre tornano drammaticamente alla mente i 1666 esuberi di Almaviva,  anche in Alitalia si parla di circa 1600 probabili licenziamenti. Sinistra X Roma ha espresso la sua solidarietà e vicinanza a tutti questi lavoratori, che ancora una volta rappresentano l’aello debole di tutta la catena.
Resta da chiedersi tra quali categorie professionali verranno pescati i 1600 esuberi. Al momento non è dato saperlo, ma, secondo alcune indiscrezioni, pare che il Settore Manutenzione sarà tra i primi ad essere colpito, ed è per questo che i lavoratori sono già scesi in sciopero il 20 gennaio scorso. Nel loro volantino, denunciano “interi settori dismessi, hangar e officine abbandonati tra rifiuti e topi, know-how buttato al macero con centinaia di tecnici con decenni di esperienza mandati a casa ed esternalizzazioni delle attività a costi onerosissimi presso società terze che più delle volte non garantiscono gli elevatissimi standard di qualità delle attività svolte da sempre in house” nonché “ la delocalizzazione di alcune attività manutentive degli aerei ad Abu Dhabi” a seguito dell’ingresso in Alitalia degli investitori degli Emirati Arabi.
Ma un altro sciopero è in vista:  dopo l’esisto negativo dell’incontro svoltosi presso il Ministero del Lavoro, le Organizzazioni Sindacali lo hanno proclamato per il prossimo 23 febbraio,  ritenendo insoddisfacenti le risposte ricevute sulle questioni poste a tema della vertenza:  la disdetta  unilaterale dell’attuale CCNL (che ha conseguentemente cancellato gli automatismi retributivi previsti senza alcun confronto con le organizzazioni dei lavoratori), le ripetute violazioni inerenti numerosi accordi integrativi al CCNL e la mancata apertura di un tavolo congiunto per la discussione sul futuro assetto industriale della compagnia.
Sembrerebbero rassicuranti le parole del Ministro Calenda e del premier Gentiloni quando affermano che il risanamento dell’azienda non dovrà ricadere – come accaduto in passato – sulle spalle dei lavoratori e che il nuovo piano industriale dovrà trovare d’accordo anche i lavoratori e le organizzazioni sindacali. Il problema sono gli strumenti necessari a rendere effettivo tale impegno.
Perché ad oggi parrebbe impraticabile  qualsiasi ipotesi di risanamento che non veda la partecipazione dello Stato, il quale – d’altro canto – non sarebbe intenzionato ad intervenire con ulteriori ammortizzatori sociali.
Da più parti ci si interroga se un settore strategico per l’economia nazionale come quello del trasporto aereo possa essere ancora lasciato nelle mani di una privatizzazione che diventa sempre più selvaggia, con riduzioni di stipendi, diritti e dignità dei lavoratori o se non sia invece più opportuno rivedere l’intero sistema  aziendale, tornando alle internalizzazioni e alla nazionalizzazione del settore.
Una cosa è certa: che i lavoratori hanno già dato e non sono disposti a tollerare che il risanamento della compagnia di bandiera ricada sulle loro spalle. Perché, anche nel caso Alitalia, il rischio è che, come di consueto, paghi Pantalone.